LA FUGA DI LEO

Una riflessione sul problema immigrazione da parte di un'allieva della classe 2 economico

Pubblicato martedì 6 marzo 2018 in Licei - Notizie

In Albania agli inizi degli anni '90, con la morte del dittatore Enver Hoxha, cadde il Comunismo. Iniziò un periodo di caos e povertà soprattutto nelle campagne. Luan era nato nel 1973, in un paese di campagna, dopo nove fratelli. Non avevano molta disponibilità economica e avevano a disposizione un piccolo pezzo di terra che non bastava per sfamare la famiglia intera.
Per lui la scuola era un'occasione molto importante; suo padre decise di “investire” esclusivamente su di lui, mandandolo a studiare a Durazzo, che dista un'ora in macchina da Beden (il suo paese). Il trasporto era una spesa impensabile, data la qualità di vita. Tuttavia, il padre finanziava gli spostamenti fino a che Leo riuscì a trovare il modo per viaggiare senza pagare, facendo piccole semplici commissioni per l'autista del “furgone”.
All'età di 17 anni, nel 1990, arrivato in città, Leo nota molta gente diretta al porto; attirato dalla curiosità, li segue. Una folla di circa 10.000 persone, per lo più uomini e adolescenti, aspetta di salire su un barcone, carichi di speranza e ricchi di voglia di lavorare. Speranza perché nessun “passeggero” ha la sicurezza di arrivare salvo; voglia di lavorare perché la popolazione albanese è riconosciuta come una popolazione di gran lavoratori, soprattutto per la manodopera.
Arrivati a Bari, sono accolti con una coperta e un semplice pasto, per loro come un'accoglienza fraterna. Tuttora gli albanesi sono molto riconoscenti nei confronti degli italiani. È incredibile pensare che una breve tratta sul Mar Ionio possa aver migliorato la vita di così tante famiglie.
La madre di Leo non sa nulla di lui, fin quando dopo sei mesi riescono a sentirsi telefonicamente.
La popolazione pugliese contribuisce all'integrazione degli stranieri, dando loro un posto come contadini nei campi e talvolta anche ospitalità in casa propria; l'aiuto più grande è dato dalle donne che preparano da mangiare e puliscono le case.
Un fattore importantissimo per vivere al meglio l'emigrazione è la presenza di un amico, per condividere pensieri, per sfogarsi e appoggiarsi a vicenda. Leo trova un amico, ancora oggi si frequentano e ricordano assieme il viaggio dall'Albania alla Puglia e poi l'arrivo in Liguria.
Ci sono voluti molti anni di impegno e sacrificio per affermarsi in Italia, è stato necessario affrontare i pregiudizi iniziali, che mio padre Leo ha trovato soprattutto al Nord, e guadagnarsi la fiducia degli autoctoni.
Leo dal 1990 al 2018 ha fatto molta strada; ha imparato molte cose ed è riuscito a valorizzare il più possibile le sue capacità di artigiano edile, che è un mestiere umile, arrivando ad essere a capo di un'impresa edile che gode di molta fiducia in Alassio e città adiacenti.
La cosa che più ammiro di mio papà è che sia rimasto sempre con i piedi per terra; ciò permette di mantenere o aumentare il benessere di tutta la famiglia. Perciò è ingiusto dire o pensare che gli stranieri rubino il lavoro; riescono, invece, ad accontentarsi anche dei misteri più umili, spinti dal dovere di sfamare la propria famiglia, e spesso si impegnano nel lavoro che svolgono.
“La fuga di Leo” è stata una fuga necessaria, per scappare dalla povertà, dalla disoccupazione e dalla guerra civile del '97; una fuga che ha permesso di vivere a migliaia di famiglie.

Elezi Sulltane, classe seconda, Liceo delle Scienze Umane Opzione Economico Sociale